Armi e finanza contro il lavoro
Il modello neoliberista come tentativo di nascondere la crisi strutturale e di sistema

Luciano Vasapollo - Rita Martufi

1. L’economia main stream, e in generale quella ortodossa e convenzionale, compresa l’impostazione keynesiana, assume la crisi come evento anomalo e eccezionale, non solo per la rarità della frequenza ipotizzata ma perché si suppone un modello macroeconomico di equilibrio e, quindi, un sistema supposto regolare e prevedibile, sia nei comportamenti degli operatori economici sia appunto, negli stessi assetti sistemici. In tal senso la crisi è una sorta di malattia di stagione sulla quale intervenire volta per volta con “medicine diversificate” e contingenti alla tipologia della crisi stessa, in modo da risolvere l’handicap di sistema e continuare  nelle dinamiche imposte dallo stesso modo di produzione capitalista magari con una diversa forma e modelli di capitalismo. All’interno di tale logica si suppone altresì una netta separazione fra l’economia reale  e l’economia finanziaria , ponendosi in una sorta di logica da costruzione dello stato patrimoniale di un bilancio in cui vengono tenute nettamente separate le attività materiali da quelle finanziarie; conseguenza di ciò è che la crisi finanziaria avrebbe una sua dinamica da cui ne conseguirebbe una eventuale crisi dei fondamentali dell’economia, così come voluti e imposti dalle leggi del modo di produzione capitalista.

A tale impostazione spesso si rifanno anche molti economisti della cosiddetta sinistra radicale per portare avanti quella operazione teoricamente infondata, ma politicamente pagante per chi si pone fuori dalle dinamiche della indipendenza di classe, ma dentro le compatibilità dello sviluppo capitalista, di conciliare Marx e Keynes; lasciando però così in campo volutamente soltanto Keynes sia esso, a secondo delle necessità utilizzato attraverso le ricette del keynesismo a carattere più o meno sociale, o del keynesismo militare  e le altre sue possibili varianti del sostenimento di imprese, industriali, bancarie, assicurative, ecc.

E allora basta con gli imbrogli , basta con le più o meno volute confusioni e diciamo chiaramente perché la fede in Keynes è semplicemente la dimostrazione della subalternità alle idee della democrazia politica ed economica imposta dal modo di produzione capitalista e le ipotizzate soluzioni della crisi sono tutte compatibili  con la concertazione e cogestione come riproduzione e continuazione del sistema capitalista stesso.

Spieghiamoci meglio e facciamo riferimento a nostri scritti in cui andiamo dicendo da oltre quindici anni il perché la globalizzazione neoliberista è l’attuale fase della mondializzazione capitalista, e quindi il modo di presentarsi attuale dei capitalismi, e che la “normalità” della crisi ha assunto tutti i caratteri, ormai da 35 anni, di crisi strutturale di accumulazione e valorizzazione del capitale.

In questo senso la globalizzazione neoliberista rappresenta l’inizio di una nuova fase nella storia del capitalismo, che nasce dalla fine della società nazionale di consumo di massa, che aveva concesso troppo potere alle classi operaie nazionali a discapito dei capitalisti, indebolendo il tasso di profitto e generando così le condizioni per la grande crisi degli anni ‘70.

2. Nella fase attuale si assiste ad una mondializzazione dei mercati, causa ed effetto dell’aumento di competitività e di produttività del sistema economico nel suo complesso e dei singoli operatori economici più in particolare. Il miglioramento dei trasporti e delle comunicazioni, l’abbattimento progressivo delle barriere doganali, favoriti anche dai rinnovati accordi internazionali politici ed economici, hanno portato le imprese a confrontarsi più direttamente, e a comportarsi come se operassero in un mercato senza alcun vincolo di confini territoriali. Il  mercato, divenuto sempre più  dinamico e competitivo, sembra così presentare una chiara e irreversibile tendenza a divenire un mercato unico; un mercato, cioè, avente una dimensione mondiale.

Accanto alla internazionalizzazione del processo produttivo si registrano profondi mutamenti nei modelli comportamentali alla base della manifestazione della domanda dei beni e servizi prodotti. La cosiddetta globalizzazione neoliberista si manifesta in uno specifico ambito di rappresentazione dei diversi modelli capitalisti ma come inasprimento  dello sfruttamento e compressione dei diritti dell’unico modo di essere del modo di produzione capitalistico. Ciò avviene attraverso la divisione internazionale del lavoro e un attacco senza precedenti al costo del lavoro, al salario diretto, indiretto e differito (disoccupazione strutturale, precarietà, tagli enormi dello Stato sociale, Profit State, fondi pensione e privatizzazioni, delocalizzazioni, esternalizzazioni, ecc.). Si attua quindi una nuova distribuzione della fase della catena della produzione in diversi paesi, le filiere produttive internazionali quindi, i flussi di scambio, la finanziarizzazione dell’economia, le privatizzazioni a tutto campo e la cosiddetta interdipendenza tra i diversi paesi, che altro non è che un nuovo modello e processo anche di concorrenza tra loro, in una competizione globale.

In materia di relazioni economiche internazionali, gli studiosi marxisti hanno avuto molto poco da aggiungere: solo alcune indicazioni al passo con lo sviluppo internazionale del capitale, un’analisi fondamentale dell’epoca dell’imperialismo da parte di Lenin, seguito da Baran e Sweezy, ed elementi di una costruzione incompleta sviluppata da A. Emmanuel e P. Palloix. Altri elementi attuali da considerare sono la teoria degli scambi mercantili e finanziari internazionali, quella delle aree monetarie su scala mondiale e gli elementi di analisi di una teoria del commercio estero che, comunque riferite contestualmente al loro tempo, erano già presenti nelle opere dei classici che in ogni caso nelle loro teorie ritengono che consumi e investimenti abbiano carattere alternativo.

3. In tutto ciò è ovviamente centrale l’analisi delle forme che assume il capitale. Anche quindi a livello  di sistema  paese, o meglio di aree-poli, si configura una fase della competizione globale.

Si può parlare di quattro forme del capitale: il capitale finanziario,(meglio il capitale-investimento finanziario), il capitale produttivo (cioè gli investimenti produttivi), il “capitale umano” (forza-lavoro) e quello denominato capitale sociale, che sarebbe l’accumulazione di conoscenza e pratiche produttive.

Il capitale-investimento non deve essere pensato come un corpo unico, bensì come unità differenziata e gerarchizzata in cui si fondono il capitale produttivo (tra cui gli IDE), il capitale commerciale e il capitale-finanziario (ossia l’investimento finanziario), il quale rispetto al passato ha assunto un carattere prettamente speculativo.

Il capitale produttivo, nella fattispecie gli investimenti diretti esteri, e l’investimento finanziario, interagiscono reciprocamente al fine di disporre della massa-denaro che permetta di destabilizzare l’economia, o meglio di imporre la “stabilità” voluta dai grandi blocchi geopolitici in quei paesi in cui l’investimento produttivo è stato orientato. E ciò necessariamente porta a fenomeni di sovrapproduzione di merci e capitali.

Le aree ad interesse strategico, quali l’Europa centro-orientale e l’area asiatica dell’ex Unione Sovietica, l’Eurasia, la stessa America Latina costituiscono di fatto il campo di battaglia dove i due maggiori poli geoeconomici, meglio i due poli imperialisti (USA, UE) combattono la propria guerra economica di controllo globale.

Ciò è possibile grazie anche ad interventi in termini di internazionalizzazione finanziaria che, sfruttando i proventi degli investimenti produttivi esteri, servono per riciclare i profitti in occidente favorendo forme di speculazione finanziaria a facile guadagno e rendita.

Il capitale produttivo è ancora sottomesso alle leggi degli Stati; una macchina non si trasporta tanto facilmente da un posto in un altro. Il capitale produttivo si muove in un spazio internazionale, perché le imprese multinazionali stabiliscono una logica di accumulazione che unisce le proprie attività in diversi paesi in un unico processo produttivo, anche attraverso le delocalizzazioni e le filiere internazionali.

Il capitale umano, brutto termine dell’economia convenzionale per definire la forza lavoro,  ha ancora più barriere, oltre a chiedere “permesso” alle frontiere, e costa più tempo trasferirlo che una macchina. La forza-lavoro si muove in un spazio internazionale con differenti forme di regolazione e valorizzazione della forza-lavoro stessa, agendo  da un nomade esercito salariale di riserva.

Da parte sua il capitale sociale, l’accumulo di conoscenze ed esperienza, il know-how, la cultura produttiva, è quasi strettamente nazionale, spesso addirittura regionale, locale(si pensi al fenomeno dei distretti industriali in Italia). Pertanto, le distinte dinamiche economiche vivono in questo pianeta a velocità e con barriere molto diverse. 

Ma attualmente l’unico mercato mondiale realmente esistente, che abbia sorpassato i limiti della regolazione degli Stati nazionali, è il mercato del capitale finanziario globale, favorito dalla deregulation finanziaria voluta già dalla fine degli anni ’70 per permettere quella globalizzazione finanziaria come tentativo di uscire dalla crisi strutturale di accumulazione e valorizzazione.

Come tale la globalizzazione neoliberista è una realtà non finita, soggetta pertanto a cambiamenti imprevedibili nel suo divenire. C’è un’altra dimensione della globalizzazione neoliberista, che invece avanza rapidamente è quella in materia finanziaria,  la cui analisi necessita di maggiori specifici approfondimenti di quelli effettuati in questo lavoro.[1] 

In definitiva, possiamo dire che è esistita la possibilità della globalizzazione, ma in particolare di carattere finanziario e il suo punto debole o meno avanzato è istituzionale proprio perché gli organismi internazionali e gli Stati  non sono stati in grado con il neoliberismo di risolvere la crisi strutturale di accumulazione in cui si trovano i capitalismi dai primi anni ‘70.

4. Il principio che l’aumento dell’investimento è necessario per aumentare il consumo costituisce uno degli aspetti rivoluzionari della teoria keynesiana, in quanto i classici credevano che il consumo e l’investimento avessero un carattere alternativo.

Keynes diede loro un carattere complementare; si tratta infatti di determinare il grado con cui può aumentare il consumo o il risparmio in funzione dell’aumento dato dall’investimento; la forma in cui si riparte un aumento del reddito tra consumo e risparmio dipende dal moltiplicatore.

Questi principi teorici di base del keynesismo sono fondamentali per approfondire il processo di formulazione della politica economica negli Stati Uniti, così come si manifestava prima che la crisi del 1974-75 esaurisse il modello di accumulazione.

La politica economica e le politiche in generale si formulano sulla base di meccanismi in cui nel neoliberismo e attualmente sono presenti ad esempio i seguenti fattori[2]:

           

a)     un livello di attività economica in cui si rende indispensabile l’intervento del meccanismo dello Stato/Governo, come Profit State che soppianta il Welfare State, per prima cosa per tentare di evitare le crisi economiche, poi per regolare il ciclo ed assicurare il superprofitto dei monopoli, come principio base del funzionamento;

b)     si è strutturato un capitalismo-imperialista soprattutto con:

alto livello di produzione industriale  delocalizzata in particolare nelle aree della semiperiferia capitalista con lavoro specializzato ma a basso costo e a bassi diritti;

banca sviluppata e transnazionalizzata;

sviluppo della globalizzazione finanziaria , con la deregolamentazione finanziaria e con le tecniche di finanza “creativa”;

alto livello di circolazione di merci, con mercati interni ed internazionali grandi e localizzati;

alta crescita del commercio estero;

crescente e complessa legislazione economica a favore delle privatizzazioni anche nei servizi primari;

un sistema di organismi economici internazionali che funzionano secondo la direttiva delle potenze capitaliste più sviluppate, come il FMI (Fondo Monetario Internazionale), la BM (Banca Mondiale), la BID (Banca Interamericana di Sviluppo) ed altre;

aree monetarie e valutarie con blocchi economici regionali, come NAFTA, l’ALCA (trattato del libero commercio dell’America del Nord); UE (Unione Europea), Blocco Asia Pacifico (APEC); Mercosur ed altri;

gruppi capitalisti di coordinamento, come il G7 (G7+1), etc;

c) attacco alle condizioni, alle garanzie e al costo del lavoro, al potere d’acquisto salariale, al salario diretto, indiretto e differito.

Tutto ciò instaura una dinamica molto complessa nel processo di formulazione della politica economica, sia a livello interno che internazionale.

5. Senza dubbio l’economia capitalista da metà degli anni ‘70 si trova immersa completamente in un nuovo paradigma tecnologico predominante, diverso da quello che era servito da base al ciclo fordista-keynesiano e che l’economia cosiddetta postfordista aveva lasciato definitivamente dietro di sé.

Da parte dei diversi organismi istituzionali e legati al mondo imprenditoriale, tale nuovo contesto della competizione globale polarizzata viene assimilato ad un concetto di libertà ed abbattimento di ogni tipo di barriera economico-sociale in quanto, si sostiene, attraverso gli investimenti, le ristrutturazioni, le alleanze, le acquisizioni e le delocalizzazioni, si possa realizzare un’organizzazione d’impresa in grado di occupare aree geografiche e settori di mercato profondamente legati tra di loro, migliorando le condizioni di vita generali della popolazione.

Ma, come si è visto in precedenza, questa è, nella migliore delle ipotesi, pura illusione, spesso supportata da trucchi contabili della finanza “allegra e creativa”, che sostituisce con i proventi speculativi finanziari i mancati profitti della gestione tipica e caratteristica d’impresa; si tratta, in effetti, di falsità, per far “digerire” meglio i costi sociali dell’accumulazione capitalistica flessibile del cosiddetto ciclo postfordista.

Altri componenti dell’aggiustamento neoliberista sono la flessibilizzazione salariale e di impiego e la deregolamentazione per via legale (cioè la precarizzazione istituzionale);  riduzione dell’insieme di norme che regolano il funzionamento dell’economia e privatizzazione, cioè riduzione della capacità di intervento diretto nell’economia dello Stato e del settore pubblico. 

La flessibilizzazione è anche una componente di deregolamentazione, che consiste nel ridurre gli ostacoli al licenziamento e facilitare nel contempo la contrattazione parziale. A sua volta, la flessibilizzazione salariale vincolata alla negoziazione collettiva cerca l’individualizzazione salariale per rinforzare la disciplina nel lavoro, affinché aumenti la produttività individuale e ciò trova legittimazione legale attraverso le decine di contratti di lavoro cosiddetto atipico, cioè precario.  

La privatizzazione contribuisce inoltre alla saturazione della domanda dei prodotti tradizionali. Con la privatizzazione si trasforma in merci un insieme di attività che stavano nelle mani dello Stato fino a quel momento. In particolare, le attività più dinamiche della nuova rivoluzione industriale, cioè: le comunicazioni (telefono, linee aeree) o perfino l’energia ed i servizi sociali. E ciò, si dice, avviene per garantire il successo del sistema-paese nella competizione globale.

L’innovazione tecnologica, l’omogeneizzazione mondiale dei bisogni dei consumatori, la diminuzione delle barriere doganali e la trasformazione produttiva sono senza dubbio tra le principali motivazioni “ufficiali” di questo nuovo processo, che consiste nel generare una società di consumo di massa internazionale, che permetta di frammentare internazionalmente la classe operaia che si era unificata a livello nazionale.  

Allo stesso tempo si aumenta la capacità di consumo di una frangia della popolazione dei paesi poveri, minoritaria ma sufficiente a rendere redditizio il commercio internazionale di prodotti di alto valore aggiunto e perfino la commercializzazione interna di parte della produzione delle multinazionali. Questi nuovi consumatori  avrebbero dovuto sostituire coloro che si sono impoveriti, uscendo dal novero dei generatori di domanda. 

La conferma di questa analisi viene ulteriormente rafforzata dalla dinamica  geografica dei flussi di investimenti diretti esteri, che negli anni ‘90 del XX secolo hanno rappresentato lo strumento principale del dogma internazionale di comando della “stabilità” politico-economica globale, divenuto elemento prioritario della politica di controllo e di dominio, imposto nel mondo anche attraverso il nuovo ruolo assunto dai diversi organismi politico-economici internazionali (FMI, BM, BEI, OCSE, WTO, ETC.).

Il nuovo processo di internazionalizzazione è ormai affermato nei mercati come processo di competizione globale per l’impresa diffusa nel sociale (generalizzando, cioè di tipo postfordista) nell’epoca dell’accumulazione flessibile. Infatti, escludendo il circuito dei consumi locali e tradizionali, per la stragrande maggioranza dei prodotti ormai non vi è differenza di status o di percezione dei prodotti nazionali e dei prodotti trasnazionali; di solito, i prodotti che provengono da altri paesi, o sono diretti ad altri paesi, vengono trattati allo stesso modo dei prodotti nazionali.

Le imprese, ormai, tendono a considerare il mercato interno come una delle parti di un mercato più ampio, articolato in molte unità nazionali: un mercato transnazionale in cui sviluppare la competizione globale in chiave microeconomica come competizione fra imprese, e in un’ottica macroeconomica come competizione fra poli geoeconomici.

Le imprese, comunque, sono un asse portante dell’internazionalizzazione, in quanto da una parte hanno dettato i tempi e modi della transnazionalità e dall’altra ne hanno tratto il massimo beneficio.

Lo sviluppo dell’internazionalizzazione si collega, così, con la crisi del fordismo; infatti, la liberalizzazione nei mercati nazionali ha un effetto molto dirompente nella struttura di potere e di equilibrio del fordismo. Da un lato, infatti, le imprese spinte da una concorrenza internazionale non si distaccano dalla protezione pubblica e dall’assistenzialismo di Stato, mentre dall’altro lato diminuisce il potere regolatore dello Stato, che diventa Profit State Globale[3] .

6. In pratica, l’internazionalizzazione diventa “deregulation”, secondo la quale non vi è ancora una vera e sistematica riorganizzazione postfordista, ma una perdita di vecchia organizzazione per realizzare un nuovo assetto funzionale all’accumulazione flessibile.

La deregulation (deregolamentazione) consiste in un graduale smantellamento delle regole appunto, che vengono individuate come rigidità del sistema; il suo maggiore impatto è per esempio sull’apparato assistenziale e regolamentativo tipico del Welfare State.

Originariamente sperimentata in terra statunitense, propagandata da un'ideologia neoconservatrice individualistica e liberista- ed apparentemente antistatalista- e pilastro della politica economica dell'amministrazione Reagan, la deregulation puntò all'abolizione dei vincoli (normative ed enti pubblici) finalizzati al controllo dell'iniziativa imprenditoriale privata a garanzia dell’efficienza del sistema economico. Diventa così la deregulation la linea portante di politica economica di ogni governo neoliberista.

Comunque la crescente internazionalizzazione dei mercati, l’espansione del processo di innovazione tecnologica e dell’accumulazione flessibile informativa e cognitiva e del capitale immateriale in genere, hanno cambiato le strategie e le modalità di crescita tradizionali delle imprese, dei singoli paesi; la competizione globale è il nuovo modello politico-socio-economico dell’attuale fase dell’imperialismo.

7. Ad esempio le sfide attuali dell’economia nordamericana, quella che era considerata, e da molti ancora lo è, la locomotiva economico-produttiva, l’impero per eccellenza,  non sono determinate semplicemente ed esclusivamente dalla crescita del PIL.

L’economia nordamericana continua a crescere, nell’ambito del ciclo lungo della crisi strutturale, tra il 2003 ed il 2006, anche se con una tendenza alla stagnazione e in alcuni casi alla recessione. Nonostante ciò, le difficoltà maggiori non provengono dalla caduta del PIL ma da altri fattori che, non essendo stati risolti, continueranno ad incidere sulla crescita dell’economia nei periodi successivi.

Tra quelli più importanti si possono citare sinteticamente:

a)     il deficit fiscale, che aveva già raggiunto livelli inaccettabili per la garanzia di crescita del PIL. Si tratta di un accumulo di debito estero con grandi creditori (Cina e Giappone) per un importo spaventoso;

b)     il debito pubblico che, vista la popolazione attuale di circa 300 milioni di  cittadini; significa che ognuno di essi nasce con un debito di oltre  30.000 dollari;

c)      il bilancio militare continua a crescere e le spese di guerra in Iraq e Afghanistan sono a parte;

d)     la disoccupazione reale si mantiene ad un livello alto;

e)     la dipendenza dalle importazioni del greggio estero aumenta di circa il 40% il deficit commerciale;

f)       il deficit corrente salta di vari punti negli ultimi anni.

Per tutto questo e per altri problemi ancora viene facile dire che la maggiore difficoltà dell’economia nordamericana, attualmente, sia quella di trovarsi sotto pressione per il modo inefficiente ed irresponsabile con cui è stata amministrata da Bush, ma tale considerazione è del tutto insufficiente, se non si considera la competizione globale, che insieme ai dissesti economici interni prima enunciati, cominciano a mostrare i segni della decadenza dell’impero USA.

La globalizzazione finanziaria è derivata soprattutto dalla decisione degli USA di trattare i suoi problemi di bilancia dei pagamenti senza un accomodamento reale della sua economia, ed evitando le pressioni delle banche centrali del resto del mondo affinché gli Stati Uniti non proseguissero con il pagamento dei loro debiti correnti con dollari di carta non convertibile. Siccome gli USA hanno la capacità di attrarre una gran parte del risparmio mondiale depositato in Fondi pensione e Fondi di investimento, finanziano in questo modo il deficit in materia di transazioni reali con un surplus di capitale che non deriva direttamente da investimento produttivo.

Infatti in questo scenario di profonda e continua crisi internazionale del capitale, rientra a pieno titolo il “braccio di ferro” fra Europa e USA, una accesa competizione che punta sul dominio dell’Eurasia, dell’America Latina, ecc, con caratteristiche geopolitiche e geoeconomiche realizzate principalmente con la collocazione degli IDE. Nell’ultimo decennio del ventesimo secolo, i cambiamenti di natura politica ed economica che hanno caratterizzato il contesto internazionale hanno coinvolto l’assetto capitalistico europeo, in particolare nelle relazioni politico-economico estere.

Già nel periodo successivo alla nascita dell’Unione Europea si assiste, quindi, quotidianamente ad una agguerrita lotta economica tra USA e UE per il controllo dei paesi ex socialisti del centro-est europeo, e soprattutto di quei paesi che afferiscono all’area asiatica dell’ex Unione Sovietica, tutti ritenuti di notevole interesse strategico per il domino economico e politico mondiale.

Nell’area che i geopolitici chiamano Euroasia si concentrano enormi risorse materiali (petrolio, gas, metano, minerali preziosi, etc.) e una notevole disponibilità di forza lavoro (lavoratori specializzati a basso costo e con minimi livelli di diritti); tutto ciò costituisce un ottimo terreno per i profitti industriali e fa diventare questi paesi un’area strategica di contesa di primo piano. Si tratta, infatti, di paesi che stanno realizzando proprio in questi anni un intenso approccio alle politiche economiche neoliberiste pur di avere un ruolo più importante in Eurolandia.

8. Ma oltre agli IDE e agli investimenti di tipo produttivo il contenuto effettivo della globalizzazione neoliberista è stato  dato non dal libero movimento internazionale degli uomini e dalla mondializzazione degli scambi, ma da quella delle operazioni riguardanti i movimenti del capitale finanziario.

All’origine della crescita della sfera finanziaria vi sono flussi verso questo settore di frazioni di ricchezza che sono nate all’interno dell’ambito di produzione reale e che, prima di essere travasati nelle diverse forme e trasferiti verso l’area finanziaria, avevano assunto la caratterizzazione di ricchezza determinata nella sfera della produzione reale. Tali flussi sono all’origine di meccanismi di accumulazione perversi, che determinano economie nazionali finalizzate al dominio del capitale finanziario come strumenti del rapporto di competizione internazionale tra poli geoeconomici, competizione mediata da compromessi all’interno delle organizzazioni sovranazionali (G8, BM, FMI, OCSE, BEI, BRI, ONU).

Tali processi di globalizzazione a connotati finanziari perseguono semplicemente la loro logica interna, tendente alla massimizzazione delle rendite finanziarie senza avere effetti propulsivi sull’economia reale; rendite finanziarie che si assommano a profitti industriali sempre più alti, dovuti a immensi incrementi non redistribuiti della produttività del lavoro. Si tratta di incrementi che in quanto non redistribuiti socialmente hanno accresciuto le quote di ricchezza destinate al fattore capitale sotto forma per lo più di rendita, assumendo sempre meno la forma di  investimenti capaci di creare occupazione, a vantaggio sempre più di dividendi, interessi e capital gain da destinare a speculazione finanziaria o ad investimenti esteri in paesi a basso costo di manodopera e a basso contenuto di diritti.

Il maggiore grado di sviluppo della globalizzazione finanziaria di fronte ai processi nei quali si vedono implicati il capitale produttivo o i lavoratori che si muovono ancora su scala degli scambi internazionali, spiega in larga misura la brutta piega speculativa del capitalismo attuale. Vari fattori caratterizzano l’apparizione di un mercato globale di capitali. 

La decisione, nel 1980, dei governi di Ronald Reagan e di Margaret Tatcher di portare a termine la deregolamentazione del sistema finanziario, cioè l’eliminazione dei controlli, garantendo la libera circolazione di capitali finanziari, ha dato luogo alla sostituzione dell’autorità dei governi nazionali e delle banche centrali con le decisioni che derivano esclusivamente dai segnali del mercato. Solo nel sistema finanziario l’autorità del mercato è quasi assoluta. Il “quasi” è perché le monete continuano ad essere nazionali o di specifica area, ma mentre gli abitanti e le merci di un paese hanno un mercato nazionale e se vogliono uscire dal paese devono passare per i meccanismi del commercio internazionale, le monete dei paesi hanno un mercato mondiale senza regole.

L’apparire della crisi economica strutturale, già a partire dai primi anni ’70, ha significato la destabilizzazione dei mercati del lavoro, dei sistemi di organizzazione della produzione. Oggi continua ad esistere un sistema di circolazione di persone (visti, permessi migratori, autorità migratorie); continua ad esistere un sistema di circolazione di merci (permessi di importazione ed esportazione, autorità doganiere) ma non esiste un sistema monetario internazionale, non c’è valuta mondiale, non c’è autorità monetaria che regoli lo spazio internazionale di circolazione del denaro. 

9. Ormai anche gli organismi finanziari internazionali cominciano a sostenere più o meno esplicitamente che i processi della globalizzazione non sono più sotto il controllo delle autorità monetarie ma soprattutto delle autorità politico-governative legate agli interessi delle multinazionali del complesso industriale militare dei diversi poli imperialisti.

Il mantenimento delle strutture asimmetriche delle relazioni economiche internazionali, ed in particolare le relazioni imperialiste, richiede un uso centrale della forza. La colonizzazione capitalista,  durante il secolo XIX, si impose mediante l’uso della forza militare e l’esistenza di una superiorità chiara su questo terreno si manifestò necessaria per costituirsi come impero.

Ma anche nel capitalismo post-coloniale della seconda metà del secolo XX, il ricorso alla guerra fu imprescindibile per mantenere l’egemonia del capitale nordamericano sul mondo capitalista.

Il ruolo dell’industria militare e della spesa militare va tuttavia oltre il semplice mantenimento delle “frontiere sicure dell’impero”, perché questa funzione esisteva già negli imperi dell’antichità. La specificità del capitalismo è che l’attività militare si trasforma nel cervello del processo capitalista di produzione, essendo basilare nel processo di innovazione permanente ed accelerato, proprio del capitalismo, e nella regolazione del ciclo economico, in un “keynesismo militare” che sopravvive perfino nell’era del neoliberismo.

Quindi l’industria della difesa, nonostante i suoi vantaggi, non può essere vista separatamente dall’industria civile, tanto meno per quanto riguarda l’ambito economico creato dallo sviluppo tecnologico dell’industria civile nei paesi capitalisti sviluppati. È questa una delle ragioni per cui la produzione militare non può essere isolata dalla produzione industriale in generale: il ciclo dell’industria militare è all’interno del ciclo industriale generale. Questo vincolo tra tecnologia militare e civile approfondisce l’influenza del complesso militare industriale all’interno dell’economia.

L’industria militare approfitta dei vantaggi del nuovo panorama tecnologico e, nei paesi capitalisti sviluppati,( e in Italia a dimostrazione di ciò basta vedere gli stanziamenti nelle ultime finanziarie sia dei governi di centro-destra che di centro-sinistra), riceve lo stimolo di una politica economica che privilegia l’esistenza di un bilancio militare crescente. Se ne può dedurre che, indipendentemente dagli effetti sull’economia e, pertanto, sull’aumento del cosiddetto bilancio della difesa, la spesa militare è strettamente legata all’interesse  economico di un gruppo di importanti imprese monopoliste ed al potere di un’estesa burocrazia politico-militare con i suoi gruppi collaterali, ma allo stesso tempo il keynesimo militare diventa una vecchia nuova ricetta per tentare di uscire dalla crisi; ma diciamo tentare perché la storia  ha dimostrato che l’uscita vera  dalla crisi si è realizzata  a partire dagli eventi catastrofici, ma salvifici per il capitale, delle guerre guerreggiate, dalle guerre mondiali.

 Il processo descritto è stato valido, a grandi linee, per tutte le potenze imperialiste, e l’Italia in Europa gioca una sua specificità, e su di esso si è basata l’esistenza del cosiddetto complesso militare industriale, come parte integrante e inseparabile del sistema di relazioni politico-economiche del capitalismo monopolista di Stato.

La fusione tra i monopoli bancari ed industriali finisce per generare la loro interconnessione con lo Stato. Questo intreccio tra Stato e monopolio genera a sua volta il fenomeno di un’unione speciale tra lo Stato ed i monopoli produttori di armamenti, e quei monopoli che, in generale, producono a carico del cosiddetto bilancio della difesa o che da tale bilancio traggono vantaggi.

Come si è già scritto, l’economia militare non è separata dal resto dell’economia da linee di divisione nette, si avvale degli stessi meccanismi e strumenti che caratterizzano oggi il sistema dei rapporti economici capitalisti a livello mondiale e ne costituisce, di fatto, un sotto insieme.

 

10. Il programma neoliberista include non solamente una determinata politica macroeconomica, ma anche importanti cambiamenti strutturali nel campo tecnologico, istituzionale e nella politica e correlazione di forze sociali. 

Per applicare questo programma, i governi conservatori di centro-destra e di centro-sinistra portano avanti un’offensiva contro il movimento sindacale di classe, che si traduce nei primi anni del neoliberismo  in serie sconfitte del movimento operaio.

Lo sviluppo della cornice legislativa del neoliberismo include come prima misura quella di generare una recessione per provocare un aumento della disoccupazione, per evitare il pieno impiego e debilitare il movimento sindacale organizzato di classe, con l’obiettivo di poter avere una manodopera disciplinata. Recessione che finisce per la via monetarista ad aumentare i tassi di interesse (è ciò che realizza il presidente della Riserva Federale dell’eua Paul Volcker nel 1982, provocando improvvisamente l’aumento del debito estero dei paesi periferici e la conseguente crisi del debito). Ai cittadini non si dice che l’aumento del prezzo del denaro abbia tale obiettivo, ma si sostiene che si provoca la recessione perché c’è inflazione, e per combatterla bisogna contenere la spesa, e per questo il consumo, e bisogna adattare la capacità di acquisto alla capacità di produzione.

Ciò conferma che la nuova fase cosiddetta postfordista e neoliberista a connotati finanziari porta al predominio di un ciclo fortemente speculativo, in cui il denaro investito si accresce senza passare attraverso alcun intermediario produttivo; in pratica non c’è trasformazione del capitale in mezzi di produzione, in produzione effettiva, prevalendo sempre più l’investimento finanziario rispetto a quello produttivo di gestione caratteristica, realizzando contesti di “bolla finanziaria” speculativa.

Da un punto di vista economico-sociale la globalizzazione neoliberista, cioè l’attuale fase dell’imperialismo configurato nella competizione globale, si inserisce nella dinamica generata nel mondo dalla nuova divisione internazionale del lavoro, che pretende di dotare prima il capitale di una flessibilità molto maggiore, di mantenere il suo tasso di profitto ed elevarne il rendimento, facilitando così la circolazione del capitale su scala mondiale. 

Localmente la finanziarizzazione si unisce ad un aggravio enorme della disuguaglianza nella distribuzione interna del reddito e della ricchezza realizzata, la quale si indirizza sempre meno al fattore lavoro (sotto forma di salario diretto, differito e indiretto), spostandosi verso il fattore capitale in forme di surplus finanziario, cioè come elemento predominante di remunerazione in forma di puro profitto finanziario. Conseguenza di questo fenomeno è il rischio di un arretramento delle democrazie in Occidente, una desocializzazione, una degenerazione della politica e un’omologazione alle logiche del profitto di tutto il sociale.

11. Ecco perché parliamo da tempo di crisi strutturale irrisolta  fomentata e allargata attraverso la deregulation finanziaria che ha determinato una sorta di dominio del capitale fittizio ma non una sua esclusività, né tanto meno si potrà mai dire che tale forma di capitale sia elemento fondante o precursore dei processi di accumulazione. Si potrebbe a tal proposito in qualche modo fare riferimento ai cicli lunghi di Kontratieff  che dopo una prima lunga fase espansiva, quella del dopo seconda guerra mondiale fino ai primi anni ’70, può far individuare un lungo ciclo di crisi appunto dai primi anni ’70 a tutt’oggi, e in questa lunga crisi i capitalismi tentano di realizzare profitti soprattutto attraverso la speculazione finanziaria e sempre una più bassa redistribuzione complessiva al fattore lavoro.

1)  La finanziarizzazione dell’economia ha portato non a una soluzione della crisi ma una bolla finanziaria senza precedenti, fino a far si oggi che i grandi potentati del capitale chiedono di porre freno allo strapotere finanziario, anche perchè è chiaro che quella che oggi appare come crisi finanziaria porterà un aggravamento della crisi economica generale;

2) la privatizzazione dell’economia non ha portato a soluzioni tant’è che oggi sia i progressisti, la sinistra, i conservatori vogliono ritornare ad un ruolo interventista, regolatore e occupatore  dello Stato, in una forma di keynesismo che non ha soltanto caratteri militari e di sostenimento all’economia di guerra ma anche di forte sostegno alle imprese, alle banche, alle assicurazioni che in questa fase erano destinati a fallire, senza dare invece alcuno spazio al sostenimento della domanda in spesa sociale.

3) Anche la terza forma di tentativo di uscire dalla crisi attraverso un duro attacco e compressione complessiva del costo del lavoro e quindi del salario sociale generale in forma diretta, indiretta e differita, non ha aiutato l’uscita dalla crisi, poiché ha determinato una contrazione del potere di acquisto generale e quindi ha unito alla crisi di sovrapproduzione i contenuti  e gli effetti di una crisi di sottoconsumo.

A tutto ciò vanno aggiunti fenomeni assolutamente nuovi come la sovrapproduzione da sfruttamento di risorse non rinnovabili a partire dal petrolio arrivando all’acqua , ai generi alimentari realizzando quindi contemporaneamente anche crisi ambientale, crisi alimentare, crisi energetica, crisi dello stato di diritto. Ecco il presentarsi quindi  della crisi sistemica generalizzata.

12. Ma la particolarità è che questa crisi è strutturale  e sistemica e  determina quindi sicuramente la fine del predominio del capitalismo e imperialismo statunitense e allo stesso tempo preannuncia la fase terminale del sistema stesso capitalista proprio perchè le possibilità di accumulazione reale del sistema hanno raggiunto il loro limite. E se nella lunga fase espansiva il modello fordista-keynesiano e gli Stati di welfare keynesiani hanno permesso la crescita quantitativa del capitale, è anche vero che la finanziarizzazione dell’economia, le privatizzazioni forzate, l’attacco ai diritti e al costo del lavoro,al salario diretto, indiretto e differito in tutte le sue forme non ha potuto risolvere questa crisi  attraverso distruzione di valore del capitale proprio perché è crisi di sistema.

È in gioco nei prossimi anni il ruolo strategico internazionale degli Stati Uniti, dell’Ue e del polo giapponese-asiatico. Ciò continuerà a significare guerre commerciali, guerre finanziarie, guerre economiche globali fino all’uso indiscriminato della vera e propria guerra guerreggiata per la supremazia su aree internazionali ritenute strategiche. Siamo sicuramente nella fase del conflitto aperto e acceso fra blocchi politico-economici, in cui l’UE, e quindi anche un’Italia sempre subalterna ai potentati statunitensi  ma legate ai poteri forti dell’imperialismo europeo, sta giocando un ruolo strategico in aspra competizione con gli USA. La questione del blocco geoeconomico europeo sarà centrale negli sviluppi politici, economici e militari del prossimo futuro e la guerra mondiale, purtroppo, come scenario di chiusura può avere una sua concreta e drammatica realtà, che la storia ci indica come possibilità concreta.

È con tale ipotesi, con tali scenari di mutamento di fase, di conflittualità accesa fra area del dollaro e area dell’euro, con attenzione sempre alla variabile asiatica e alla probabile nascita di un polo russo-iraniano-indiano-cinese, con le forti mire espansionistiche dei paesi imperialisti sull’Eurasia, sull’America Latina, su tutti i  PVS, che nell’immediato futuro l’umanità sarà chiamamta a fare i conti, in un contesto in cui la competizione globale assumerà sempre più forti connotati politico-strategici incentrati sull’economia di guerra e sulla guerra guerreggiata, come drammatico epilogo del dominio USA e della crisi strutturale.

13. Ma tutto ciò ha a che fare con una visione immediata di  fine del capitalismo per “autodistruzione” e quindi in una sorta di teoria del crollismo? Non davvero perché il sistema capitalista troverà ancora delle modalità attuative dei capitalismi per far sopravvivere il modo di produzione capitalista, ma soprattutto perché il passaggio ad un modo di produzione altro, presuppone ovviamente non solo  l’esplosione dell’oggettività drammatica in cui si presenta la crisi ma la presenza organizzata della soggettività di classe che può indirizzare verso i percorsi reali di trasformazione economica e sociale.

Sicuramente il capitalismo statunitense potrà restare ancora un attore importante ma si realizzerà la fine di un ciclo politico in cui gli USA non avranno una posizione dominante rispetto ad altri centri di potere come l’Europa, la Russia, la Cina, l’India, il Brasile che imporranno, anche se in maniera diversificata, nuove forme di potere politico  del  capitale che accompagneranno e gestiranno la natura economica strutturale della crisi di cui si è detto in precedenza. E l’intero sistema del modo di produzione capitalistico entrerà in crisi soltanto se le forze soggettive del movimento operaio e di classe sapranno indirizzarsi nel lungo processo di superamento della crisi economica e politica con gli elementi di costruzione della trasformazione definitiva di un altro modo di produzione con un sistema di relazioni socialiste.

[1] Per approfondimenti vedi Vasapollo L. “Trattato di Economia Applicata. Analisi Critica della Mondializzazione Capitalista”; Jaca Book , Milano, marzo 2007

[2] Per approfondimenti su tale argomenti si veda L.Vasapollo , Trattato di Economia Applicata”, Jaca Book, Marzo 2007

[3] Per approfondimenti su tale argomenti si veda: Martufi e Vasapollo (1999).

 


Indietro